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Non ne voglio due. Voglio tutto il turno


di DeepCpl
26.08.2026    |    2.209    |    4 9.8
"Una le leccava il sesso con lentezza brutale, lingua piatta che spingeva tra le labbra, poi punta che circondava il clitoride e ci restava, premendo..."
A San Vito lo Capo la luce non tramonta: si ritira. Scivolava via dal terrazzo con la lentezza di chi non vuole andarsene, lasciando sul cotto un rossore che sapeva di sale e di gelso maturo.

Marta e Andrea sedevano uno di fronte all'altra. Fra loro, sul tavolo, due bicchieri e il telefono, appoggiato a faccia in giù come una carta non ancora scoperta.

Fu lei a girarlo.

"L'ho pubblicato", disse.

Cercavano un'altra coppia, e su questo si erano trovati d'accordo subito, per una ragione precisa: una coppia significava simmetria — due che guardano, due che vengono guardati, nessuno in vantaggio su nessuno. Avevano scritto cena, avevano scritto senza fretta. Era un annuncio quasi timido, e li somigliava.

Le prime risposte furono deludenti nel modo esatto in cui è deludente il prevedibile: fotografie spedite prima dei nomi, uomini che scrivevano al plurale ma pensavano al singolare.

Poi arrivò un messaggio che non c'entrava niente.

Tre righe, firmate Marco, ventinove anni. Diceva che non era una coppia, che se ne rendeva conto, e che quindi probabilmente non aveva senso scrivere — ma che quello era l'unico annuncio decente che avesse letto in sei mesi. Nessuna domanda, nessuna richiesta.

In allegato, una fotografia sola: un uomo appoggiato alla fiancata di un'autobotte rossa, la giacca da intervento blu notte, il casco tenuto per la cinghia. Sul petto, cucita a sinistra, la scritta che non lasciava spazio a interpretazioni: VIGILI DEL FUOCO. Non guardava l'obiettivo: guardava chi stava scattando.

Marta la osservò più a lungo del necessario, poi passò oltre.

Undici minuti dopo ne arrivò un altro.

Luca31. Anche lui premetteva di non essere una coppia. Aggiungeva una frase sola, e fu quella a restarle addosso: che dopo certi turni uno ha bisogno di parlare con qualcuno che non porti la divisa. Anche lui una fotografia: la stessa giacca, di spalle, in controluce, la scritta leggibile per intero come un cognome che appartiene a molti insieme.

Marta allargò le due immagini con due dita. Dietro le spalle correva lo stesso muro giallo, lo stesso bordo di porta rossa.

"Lavorano insieme", disse. "E c'è una sola caserma, in paese." Tornò agli orari. "Undici minuti. Non si sono messi d'accordo."

Andrea si appoggiò allo schienale. "Il paese è piccolo."

"Certo."

Ma nessuno dei due riprese il discorso durante la cena, e il silenzio che venne dopo non era imbarazzato: era attento, come quello di due persone che hanno sentito insieme un rumore in casa.

Fu lei a cedere per prima.

"Nessuno dei due l'ha nominata. La caserma." Rise piano, e nel ridere si accorse di essersi già spinta oltre. "Il posto ce l'ho messo io."

Andrea la guardò. La conosceva abbastanza da riconoscere il momento preciso in cui una cosa smetteva di essere un'osservazione e diventava un desiderio. Cominciava sempre così, con un luogo, mai con una persona.

"E com'è il posto?" chiese, e non era una domanda innocente.

Lei si prese il tempo di bere. "Le porte rosse del autorimessa, sempre chiuse di notte. Dentro dev'esserci un odore: gomma, gasolio, ferro. Le luci basse. E quel silenzio che c'è soltanto nei posti costruiti per il rumore, quando il rumore non c'è."

Andrea aveva imparato, in dieci anni, che a certe frasi non si risponde: si lascia che restino nell'aria finché non diventano vere.

Il cielo era passato all'indaco. Marta si tirò le ginocchia contro il petto.

"Avevamo detto una coppia. Per un motivo preciso."

"Sì." Andrea posò il bicchiere accanto al suo. "Volevamo che fosse pari."

Ed era esattamente lì la vertigine, e lo capirono nello stesso istante: due uomini non erano pari. Due uomini erano uno sbilanciamento — ed era lo sbilanciamento a rendere la cosa impensabile un'ora prima e impossibile da smettere di pensare adesso.

"Se rispondiamo", disse Andrea lentamente, "rispondiamo a tutti e due. Ognuno deve sapere dell'altro dal primo minuto." Fece una pausa. "E io ci sono. Non altrove. Presente."

Lei annuì, e per un momento non fu più la donna che immaginava le porte rosse: fu la moglie che riconosce il proprio marito e lo trova, ancora una volta, all'altezza.

Scrissero insieme, poco prima di mezzanotte: un messaggio identico a entrambi, spedito nello stesso minuto. Condizioni dette prima e non durante, tutti informati di tutto, una parola sola sufficiente a fermare qualunque cosa in qualunque momento, e Andrea presente dal primo minuto all'ultimo.

Poi Marta posò il telefono a faccia in giù, come all'inizio.

"Non risponderanno", disse.

"Probabilmente no."

Sotto il terrazzo il mare batteva lento sugli scogli. Il telefono vibrò due volte. A distanza di undici minuti, come la prima sera.

***

Il messaggio arrivò di martedì, alle undici e venti di sera, e non era quello che i due aspettavano. Marco lo lesse in cortile, in piedi. Lo lesse una volta e non capì. Lo rilesse.

Ci ho pensato una settimana e adesso ve lo scrivo com'è, perché se non ve lo scrivo mi passa e non voglio che mi passi.

Non voglio due. Voglio tutto il turno.

So che siete in sei. Li ho contati sul vostro sito, uno per uno. Voglio tutti e sei, in quel posto lì, quello dietro le porte rosse. Non un albergo, non una casa, non un posto che si può scegliere: quello. Voglio l'odore che c'è dentro. Voglio che sia una notte in cui non aspettate nessun altro.

Non voglio essere trattata come una cosa fragile. Lo dico adesso perché dopo non lo dirò più: voglio che siate quello che siete quando nessuno vi guarda.

il mio lui lo sa e lui sarà presente. È l'unica condizione che non cambia.

Chiedetelo agli altri quattro. Se anche uno solo dice no, non se ne fa niente e non ve lo rinfaccio. Ma chiedeteglielo davvero.

Marco spense la sigaretta contro il muro giallo e restò fermo più a lungo di quanto avrebbe voluto ammettere. Poi salì.

Luca era nella sala riposo, il televisore acceso senza volume. Vide la faccia del collega prima ancora del telefono.

"L'hai ricevuto anche tu."

"Undici minuti fa."

Luca sorrise appena, ma era un sorriso storto. "Quella donna ha un orologio in testa."

Ne parlarono il giovedì, dopo cena, quando il turno era loro. Erano in sei: Marco e Luca; Davide, ventisette anni, che parlava sempre mezzo passo più veloce del necessario; Simone, trentatré, che apriva bocca solo per domande pratiche; Paolo, trenta, che rideva prima di aver finito la frase. E il capo reparto Roberto, cinquantotto anni, ventinove di mestiere, le spalle ancora larghe sotto la maglia di servizio e una reputazione che in paese non aveva bisogno di essere spiegata.

Marco parlò a voce bassa, senza giri. "Ha scritto a me e a Luca, separatamente. Ci siamo visti con loro, a tavola, con le facce." Fece una pausa. "Adesso ha scritto un'altra cosa. Vuole tutti."

Luca posò il telefono al centro del tavolo e lasciò che leggessero. Marco non aggiunse niente: aveva imparato che le cose serie si rovinano spiegandole.

Davide arrossì fino al collo. Paolo rise, ma di quella risata corta che serve a coprire qualcos'altro. Simone lesse due volte, come faceva con le schede d'intervento, e la sua prima domanda fu pratica: "Il marito dov'è, in tutto questo?"

"Dentro", disse Marco. "Non fuori. È l'unica condizione che non si tocca."

Roberto non aveva ancora detto niente. Stava con le braccia conserte, la schiena contro il frigorifero, e guardava il telefono da lontano senza allungare la mano per prenderlo.

"No", disse.

Nella sala si fermò tutto.

"Questa è una caserma." Lo disse senza alzare la voce, e proprio per questo pesò. "Là sotto ci sono due mezzi che alle quattro del mattino devono uscire in novanta secondi con dentro degli uomini che ragionano. E davanti a quelle porte, prima o poi, ci arriva qualcuno che sta perdendo tutto." Guardò Marco. "Tu vuoi che quel qualcuno arrivi in una notte come quella che avete in testa?"

"No", disse Marco.

"Bene. Allora hai già la risposta."

Cadde il silenzio, e ci restò a lungo. Fu Luca a romperlo, senza scaldarsi.

"Ha ragione. Ma quella donna non ci ha chiesto niente che riguardi il servizio, e ha scritto una frase che nessuno di noi ha mai sentito da nessuno: se anche uno solo dice no, non se ne fa niente e non ve lo rinfaccio." Fece una pausa. "Io in dieci anni non ho mai visto nessuno mettere per iscritto il diritto di uno di noi a tirarsi indietro."

Roberto si staccò dal frigorifero, prese il telefono e lesse, e mentre leggeva la faccia non gli cambiò per niente — se non alla penultima riga, dove si fermò.

"Gelso", lesse ad alta voce.

"È la parola", disse Marco. "Nessuno chiede perché."

"E chi la può dire?"

"Lei. Il marito. E chiunque di noi."

Roberto posò il telefono esattamente dove l'aveva trovato, e si sedette. Fu il primo movimento della serata che non fosse difensivo, e Marco lo notò.

"Lo dico una volta sola. Se una cosa così si fa, si fa alle mie condizioni, e non sono trattabili nemmeno di una virgola. Uno: non si tocca il piano di sotto. Non i mezzi, non lo spogliatoio, non la sala radio. Non voglio che domani mattina qualcuno di voi salga su un'autobotte e pensi a stanotte invece che alla strada. Due: se squilla, si va, nel mezzo di qualunque cosa. E se si va, non si torna: la notte finisce lì, per tutti. Tre: niente telefoni. Non spenti: fuori, in un cassetto, e il cassetto lo chiudo io. Nessuna foto, nessuna parola fuori da qui — domani, tra un anno, mai."

"Quattro." Si voltò verso Marco, e la voce si abbassò di un tono. "Quella parola la si rispetta al primo suono, non alla seconda volta. Non si chiede sei sicura, non si chiede perché. Ci si ferma e basta. Se qualcuno qui pensa di non esserne capace, si tira indietro adesso, davanti a me, e non deve nessuna spiegazione a nessuno."

Guardò gli altri, uno per uno, aspettando davvero. Davide abbassò gli occhi e disse: "Io ci sto." Paolo alzò una mano, senza ridere per la prima volta quella sera. Simone fece un cenno con il mento, il suo modo di firmare.

"E il marito?"

"Vuole vedere", disse Marco. "Non da un'altra stanza. Vuole essere là."

"Allora sta dove vede tutto, e quel posto lo scelgo io: la finestra alta del corridoio, quella che dà sulla sala. Da lì si vede dentro e si vede la strada." Alzò un dito. "Non è per tenerlo fuori. È perché voglio due occhi puntati sull'ingresso mentre gli altri hanno la testa altrove. Se arriva una luce, se sente un motore, batte una volta sul vetro e si ferma tutto."

"Glielo dico io", fece Marco.

"No." Roberto si alzò. "Glielo dico io."

Fu una telefonata di quattro minuti. Andrea la ricevette in piedi sul terrazzo, con Marta a due passi che non fingeva nemmeno di non ascoltare. Roberto non si presentò con il grado: disse il nome e basta. Poi disse che voleva sentire da lui, e non da altri, se era d'accordo — non con la serata: con il fatto che sua moglie avesse scritto quel messaggio.

"Sono d'accordo", disse Andrea.

"Lo sarebbe anche se stanotte cambiasse idea?"

"Lo sarei soprattutto se stanotte cambiasse idea."

Ci fu una pausa dall'altra parte.

"La parola ce l'ha anche lei", disse Roberto. "Ma voglio essere sicuro che sappia di averla, e che nessuno le chiederà spiegazioni."

"Lo so."

"Adesso lo sa da me."

Marta aveva capito tutto dalla faccia del marito.

"È lui il più difficile."

"È lui quello che comanda."

"È la stessa cosa", disse, e si voltò verso il mare per non farsi vedere sorridere.

Nei giorni che seguirono, in caserma, non se ne parlò più. Ma qualcosa era cambiato nella sala, e si sentiva nel modo in cui gli sguardi non si incrociavano.

Marta scrisse una volta sola, il mercoledì, a Marco: Ho paura. Non è cambiato niente.

Lui rispose dopo undici minuti, e nemmeno se ne accorse: Se cambia, si dice.

Il giovedì sera il vento girò a maestrale e portò via il caldo. Alle undici e un quarto una macchina si fermò a duecento metri dalla caserma, in una via laterale dove non c'erano finestre accese.

Marta aveva un vestito leggero e i sandali in mano. Camminarono fino all'ingresso secondario senza parlare. Sotto la lampada dell'angolo il muro giallo aveva lo stesso colore delle fotografie, e a due metri cominciava il bordo di una porta verniciata di rosso.

Marco li aspettava sulla soglia, in giacca da intervento, le bande gialle spente nel buio. Marta la guardò e non disse niente: l'aveva chiesto lei, a tavola, ridendo.

"Prima le cose noiose", disse Marco, e lo disse ad Andrea. Nella mano aperta c'era un fischietto d'ordinanza. "Ma non ti serve. È solo perché tu ce l'abbia."

Lo portò per il corridoio, oltre la porta metallica, fino alla finestra alta con il vetro a bandiera semiaperto. "Tu stai qui. Se arriva una luce, se senti un motore, batti una volta sul vetro. Ci fermiamo tutti, subito."

"E se batto per un'altra ragione?"

Marco lo guardò. "Ci fermiamo tutti, subito. Non cambia niente."

Andrea prese posizione. Il cuore gli batteva forte, e non era gelosia: era quella cosa che non ha ancora un nome, fatta per metà di paura e per metà di orgoglio.

Dall'altra parte del corridoio, Marta si fermò davanti alla porta della sala. Da sotto filtrava una luce bassa e gialla, e con la luce l'odore: gomma, gasolio, ferro, e sotto tutto il resto quel sentore di stoffa affumicata che non se ne va con l'acqua.

Era esattamente come se l'era immaginata sul terrazzo, tre settimane prima, senza averla mai vista.

Si voltò verso il marito un'ultima volta, e lui le fece un cenno appena con la testa.

Poi Marco aprì la porta, e in fondo alla sala sei uomini in divisa smisero di parlare tutti insieme.

***

Marco aprì la porta, e in fondo alla sala sei uomini in divisa smisero di parlare tutti insieme.

La luce era bassa, gialla, filtrata da tre lampade a parete. Lasciava in ombra gli angoli e metteva in rilievo soltanto ciò che stava al centro: due materassi doppi coperti da coperte grigie di spogliatoio. L’odore arrivò prima di ogni altra cosa — gomma calda, gasolio, ferro, e sotto tutto il resto quel sentore di stoffa affumicata che non se ne va con nessuna acqua. Le autobotti restavano al piano di sotto, intoccabili; Roberto aveva detto che non si scendeva, e nessuno avrebbe disubbidito.

Marta restò ferma sulla soglia. Il vestito leggero le scendeva sulle cosce; i sandali li teneva ancora in mano. Marco le si mise di fianco senza toccarla.

"Tutti qui", disse soltanto.

Roberto fece un passo avanti. Maglia di servizio, spalle ancora larghe, capelli grigi tagliati corti. Gli altri restarono dove erano.

"La parola la conosci."

"Gelso."

"Chiunque la dice, ci si ferma. Subito. Senza chiedere perché." Guardò verso il corridoio, verso la finestra alta dove Andrea era già al suo posto. "Anche lui. Una sola batta sul vetro e finisce tutto."

Andrea, dall’altra parte del vetro semiaperto, annuì una volta. Vedeva la sala intera e, girando appena la testa, la strada che scendeva verso il mare. Il cuore gli batteva con una regolarità scomoda.

Marta posò i sandali. Poi alzò le braccia.

Marco le sfilò il vestito con un gesto solo. Restò nuda. I seni pesanti, i capezzoli già duri, il ventre piano, il sesso rasato e già lucido di umidità tra le cosce chiuse. Nessuno parlò. Fu Roberto a muovere la testa, un cenno minimo.

La circondarono.

Le mani arrivarono tutte insieme. Luca le prese il viso e la baciò in bocca, lingua profonda, mentre Davide le abbassava la testa su un seno e le succhiava il capezzolo con forza, denti appena accennati. Paolo le divaricò le cosce con le ginocchia e le scivolò due dita dentro il sesso — la trovò già stretta e bagnata, e le mosse le dita a forbice, cercando il punto che la faceva inarcare. Simone le tenne i polsi dietro la schiena, immobilizzandola senza dolore. Marco le morse il collo e le sussurrò all’orecchio quanto era bella così, nuda, già aperta, già pronta a essere riempita.

La posero sul materasso.

Quattro bocche la coprirono. Una le leccava il sesso con lentezza brutale, lingua piatta che spingeva tra le labbra, poi punta che circondava il clitoride e ci restava, premendo. Un’altra le succhiava un seno, un’altra l’altro. La quarta le riempiva la bocca. Marta gemette intorno a quel membro, saliva che le colava dal canto delle labbra. Quando venne la prima volta lo fece con le cosce che si chiudevano a scatto intorno alla testa di chi la leccava, un orgasmo lungo, silenzioso all’inizio, poi rotto da un suono gutturale mentre il corpo le tremava a ondate.

Non le lasciarono spegnersi.

Marco le aprì le gambe fino a farle male un poco e le conficcò il cazzo dentro con una spinta sola, fino in fondo. Era spesso, caldo, e le pareti di lei si strettero intorno a lui come se volessero trattenerlo. La scopò con ritmo pesante, le cosce tenute aperte dalle sue mani, ogni colpo che faceva sbattere i seni. Dietro di lui Paolo le mise il cazzo in bocca e le tenne la testa ferma, spingendo fino a farle toccare il fondo della gola. Marta saliva e saliva, occhi pieni d’acqua, mentre veniva presa dai due lati. Quando Marco eiaculò lo fece con un gemito basso, spingendo fino all’osso e restando conficcato mentre le sparava dentro. Si ritirò lentamente; il seme le uscì in un filo bianco e le scese lungo la natica.

Luca la girò a quattro zampe come si gira una cosa che non ha più bisogno di chiedere. Le mani le afferrarono i fianchi e il cazzo le entrò da dietro con una spinta secca, più a fondo del precedente. La scopò con colpi lunghi e violenti, le palle che battevano contro il clitoride a ogni penetrazione. Davide le si mise davanti, le prese i capelli e le riempì la bocca. Marta era un canale aperto: gola e sesso pieni, saliva e umori che le colavano dal mento e dalle cosce. Il secondo orgasmo arrivò mentre Luca accelerava — un urlo soffocato intorno al cazzo di Davide, il corpo che si contraeva a scatti, il sesso che spremeva il membro dentro di lei come una mano.

Andrea, alla finestra, non distoglieva lo sguardo. Vedeva la schiena di sua moglie inarcarsi, i seni che pendevano e oscillavano, la bocca dilatata intorno a un cazzo, lo sperma che già le luccicava sulla pelle. Restava immobile. Una sola batta sul vetro avrebbe fermato tutto. Non batté.

Dentro, la passarono a Simone. La mise sulla schiena, le piegò le gambe contro il petto fino a quasi spezzarla e le conficcò il cazzo fino in fondo. La scopò con colpi profondi e lenti all’inizio, poi sempre più duri, guardandola negli occhi. Paolo le si mise a cavalcioni sul petto, le strinse i seni intorno al proprio membro e la scopò tra le tette mentre lei ansimava. Quando Simone eiaculò lo fece con un gemito e restò dentro, pulsando. Marta venne la terza volta mentre il seme le riempiva il sesso — un orgasmo che le fece piegare la schiena a arco e le strappò un grido lungo, rotto.

Fu allora che Roberto si tolse i pantaloni.

Il cazzo che emerse era mostruoso. Lungo, spessissimo, la testa scura e già lucida di liquido, le vene in rilievo. Marta lo guardò e aprì le gambe ancora di più, le ginocchia che toccavano quasi le orecchie.

"Quello", disse, la voce roca di saliva e di cazzi. "Voglio sentirlo aprirmi."

La misero di nuovo a quattro zampe. Roberto le si posizionò dietro, le apre le natiche con le mani grandi e cominciò a spingere. La testa entrò per prima, poi il resto, centimetro dopo centimetro, aprendo le pareti già allargate da altri. Marta gemette come se la stessero squartando di piacere; le unghie si conficcarono nella coperta. Quando fu tutto dentro — fino alle palle — restò fermo un lungo momento, lasciandola sentire ogni millimetro di quella misura. Poi cominciò a scoparla. Ogni spinta era un colpo di maglio: profondo, pesante, che la faceva avanzare sul materasso e le strappava suoni che non erano più parole. Gli altri la tenevano ferma: uno le teneva i capelli come redini, uno le conficcava il cazzo in gola, uno le strizzava i seni e le pizzicava i capezzoli fino a farli male.

Il quarto orgasmo arrivò mentre Roberto la sfondava con ritmo costante. Marta urlò, il corpo che si chiudeva a morsa intorno a quel cazzo enorme, le cosce che tremavano senza controllo, il sesso che pulsava e spremeva. Roberto non si fermò. Continuò a scoparla attraverso l’orgasmo, attraverso i postumi, finché non eiaculò a sua volta — una scarica lunga, calda, che la riempì fino a farle uscire il seme intorno al membro ancora conficcato. Quando si ritirò il buco restò aperto un secondo, prima di richiudersi lentamente, e il bianco le colò in abbondanza lungo le cosce interne fino alle ginocchia.

La sollevarono in aria tra due di loro, le gambe divaricate al massimo, e un terzo la penetrò dal basso mentre lei era sospesa. La posizione la obbligava a restare completamente esposta, il sesso aperto, il sedere accessibile. Venne di nuovo — il quinto — con un tremito violento che le percorse tutta la colonna e le fece chiudere gli occhi e la bocca in un urlo muto.

La posarono a cavalcioni su Luca, faccia a faccia, il cazzo conficcato fino in fondo. Mentre lei si muoveva su di lui, ansimando, Marco le aprì le natiche e le spinse il cazzo nel sedere. Entrò con difficoltà, poi tutto d’un tratto, e Marta ebbe un conato di piacere così forte che le uscirono le lacrime. Era piena da entrambi i buchi, stretta all’inverosimile, e i due la scopavano a ritmo alternato — uno entrava mentre l’altro usciva — finché il sesto orgasmo non la scosse come una scossa elettrica. Urlò, il corpo che si contraeva intorno ai due membri, lo sperma di prima che le usciva dal sesso a ogni contrazione.

Roberto tornò. La fece mettere sulla schiena, le piegò le gambe contro il petto fino a farle toccare le spalle, e le conficcò di nuovo il cazzo enorme. Questa volta non andò piano. La scopò con violenza controllata, ogni spinta che arrivava in fondo all’utero, le palle che battevano contro il sedere. Le parlava a voce bassa, quasi soltanto per lei: "Prendilo tutto. Sei bagnata come una puttana e stretta come una vergine. Sei fatta per essere riempita così." Marta annuiva, piangeva, e venne — il settimo — un orgasmo che le fece perdere per un momento la vista e le lasciò la bocca aperta in un urlo continuo mentre il corpo le si scuoteva sotto i colpi.

La usarono contro il muro della sala, in piedi, una gamba sollevata e tenuta aperta, presa da dietro mentre ne succhiava un altro fino a farle lacrimare gli occhi. La misero seduta sul bordo di un banco di lavoro, le cosce divaricate al massimo, mentre due lingue le leccavano il sesso e il sedere insieme — una sul clitoride, una sul buco ancora aperto e pieno di seme — e un terzo le riempiva la gola. A terra, di nuovo a quattro zampe, mentre uno dopo l’altro la montavano e eiaculavano: chi dentro il sesso, chi nel sedere, chi sulla schiena, chi sui seni, chi in faccia. Il seme le colava ovunque — dalle labbra, dal mento, tra i seni, lungo la schiena, tra le natiche, dalle cosce interne fino ai piedi.

Andrea vedeva ogni centimetro. Vedeva il cazzo mostruoso di Roberto sparire intero tra le cosce di sua moglie e rispuntare lucido di lei e di altri uomini. Vedeva i suoi orgasmi: il modo in cui il corpo di Marta si irrigidiva fino a quasi spezzarsi, i piedi che si contraevano a griffe, la bocca che si apriva senza suono prima del grido, lo sguardo che ogni tanto cercava il suo attraverso il vetro. Ogni volta che lei veniva, lui sentiva un’ondata di orgoglio osceno e di eccitazione che non aveva nome.

Verso le tre del mattino Marta non riusciva più a reggersi. La adagiarono sul materasso. Era un pantano di seme e di sudore: il sesso gonfio e rosso, il sedere aperto e lucido, i seni coperti di bianco, i capelli appiccicati alla fronte, le labbra gonfie e lucide. Respirava a fatica, gli occhi socchiusi, un sorriso stanco e completamente svuotato sulle labbra.

Roberto le passò una mano grande sui capelli bagnati.

"Hai retto tutto", disse.

Marta aprì gli occhi. La voce le uscì roca, quasi spezzata.

"Ancora una volta. Quello grande. Solo quello. Fino in fondo."

Roberto le si mise sopra. Le aprì le gambe con le ginocchia, le conficcò il cazzo enorme con una spinta sola fino alle palle, e la scopò con movimenti lunghi, devastanti, guardandola negli occhi. Marta venne per l’ottava volta — un orgasmo lento, profondo, che partì dal fondo del ventre e le salì lungo tutta la colonna fino a farle perdere il respiro. Il corpo le si scosse a ondate lunghe, il sesso che spremeva e pulsava intorno al membro ancora conficcato, mentre lei piangeva senza suono e stringeva le unghie nelle braccia di lui.

Quando Roberto eiaculò di nuovo, restò dentro fino all’ultima pulsazione. Poi si ritirò lentamente. Il buco restò aperto, rosso, e il seme le uscì in un fiotto caldo.

La pulirono con asciugamani umidi. La aiutarono a rivestirsi. Nessuno parlò più del necessario. Roberto aprì il cassetto, restituì i telefoni uno per uno, e controllò che fossero tutti spenti.

Marco accompagnò Marta fino al corridoio. Andrea era ancora alla finestra. La prese per mano. Mentre scendevano le scale verso l’ingresso secondario, Marta appoggiò la testa sulla sua spalla. Tra le cosce sentiva ancora il seme caldo che le colava, e ogni passo le ricordava quanto era stata aperta.

"È stato meglio di ogni cosa che avevo immaginato", sussurrò, la voce ancora roca. "Mi hanno spaccata. E io ho preso tutto."

Andrea strinse le dita intorno alle sue. Dietro di loro le luci della sala si spegnevano una dopo l’altra. Fuori il maestrale aveva pulito l’aria e il mare, laggiù, batteva lento sugli scogli.

Nessuno aveva detto "gelso".
Nessuna luce era arrivata dalla strada.
La notte, per quella volta, era finita esattamente come doveva —
con lei piena, svuotata, e completamente soddisfatta.
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